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domenica 18 settembre 2016

Papa Francesco

IL PAPA: «IL MONDO È STANCO DI BUGIARDI, PRETI ALLA MODA, BANDITORI DI CROCIATE»

17/09/2016  Francesco riceve i nuovi vescovi del corso di formazione e chiede loro di lasciarsi “destabilizzare” dal Signore ed essere vicini alla gente e alla famiglie con fragilità per trasmettere la misericordia di Dio. E sulla formazione dei preti avverte: «Nei seminare bisogna puntare alla qualità e non alla quantità. Diffidare da chi si rifugia nella rigidità»


«Il mondo è stanco di incantatori bugiardi... e mi permetto di dire di preti o vescovi alla moda. La gente “fiuta” e si allontana quando riconosce i narcisisti, i manipolatori, i difensori delle cause proprie, i banditori di vane crociate». Parole nette, quelle di papa Francesco, che venerdì ha rivolto un lungo discorso ai vescovo nominati di recente e arrivati a Roma per un corso di formazione. Il Papa ha raccomandato anzitutto di rendere «accessibile, tangibile, incontrabile», la misericordia, che è il «riassunto di quanto Dio offre al mondo».

Ad ascoltare il Pontefice c’erano 154 nuovi vescovi (16 dei territori di missione) che hanno preso parte all’annuale corso di formazione promosso congiuntamente dalla Congregazione per i Vescovi e dalla Congregazione per le Chiese Orientali. «Pensate», ha detto il Papa, «all’emergenza educativa, alla trasmissione sia dei contenuti sia dei valori, pensate all’analfabetismo affettivo, ai percorsi vocazionali, al discernimento nelle famiglie, alla ricerca della pace: tutto ciò richiede iniziazione e percorsi guidati, con perseveranza, pazienza e costanza, che sono i segni che distinguono il buon pastore dal mercenario».

Le “strutture di iniziazione” delle Chiese locali, ha spiegato, sono i seminari: «Non lasciatevi tentare dai numeri e dalla quantità delle vocazioni, ma cercate piuttosto la qualità del discepolato», ha avvertito Bergoglio. «Né numeri né quantità: soltanto qualità. Non private i seminaristi della vostra ferma e tenera paternità». Il Papa ha chiesto di stare vicino a seminaristi facendoli crescere «fino al punto di acquisire la libertà di stare in Dio tranquilli e sereni», non preda «dei propri capricci e succubi delle proprie fragilità», ma liberi di abbracciare quanto Dio chiede loro. E ha aggiunto: «Vi prego pure di agire con grande prudenza e responsabilità nell’accogliere candidati o incardinare sacerdoti nelle vostre Chiese locali. Per favore, prudenza e responsabilità in questo. Ricordate che sin dagli inizi si è voluto inscindibile il rapporto tra una Chiesa locale e i suoi sacerdoti e non si è mai accettato un clero vagante o in transito da un posto all’altro. E questa è una malattia dei nostri tempi».

«LASCIATEVI DESTABILIZZARE DALLA MISERICORDIA DI DIO»

Inoltre il Papa ha raccomandato di accompagnare le famiglie «incoraggiando l’immenso bene che elargiscono» nella società, seguendo «soprattutto quelle più ferite» nel discernimento e con empatia: «Non “passate oltre” davanti alle loro fragilità. Fermatevi per lasciare che il vostro cuore di pastori sia trafitto dalla visione della loro ferita; avvicinatevi con delicatezza e senza paura. Mettete davanti ai loro occhi la gioia dell’amore autentico e della grazia con la quale Dio lo eleva alla partecipazione del proprio Amore». L’esortazione finale è a lasciarsi “destabilizzare”da Dio: la sua misericordia, ha proseguito Francesco, è la «sola realtà» che consente all’uomo di non perdersi «definitivamente».

Ciò si traduce allora in «non avere altra prospettiva» da cui guardare i fedeli che quella della loro “unicità”, non lasciando “nulla di intentato” pur di raggiungerli, non risparmiando “alcuno sforzo” per ricuperarli. La via è “iniziare” ciascuna Chiesa ad un cammino d’amore, quando oggi – ha constatato il Papa – «si è perso il senso dell’iniziazione».
Da: Famiglia Cristiana

mercoledì 20 aprile 2016

Ho il cervello in manette.


Cammino come un marziano
Come un malato, come un mascalzone
Per le strade di Roma
Vedo passare persone e cani
E pretoriani con la sirena
E mi va l'anima in pena
Mi viene voglia di menare le mani
Mi viene voglia di cambiarmi il cognome
Cammino da sempre sopra i pezzi di vetro
E non ho mai capito come
Ma dimmi dov'è la tua mano
Dimmi dov'è il tuo cuore
Povero me! Povero me! Povero me!
Non ho nemmeno un amico qualunque per bere un caffè
Povero me! Povero me! Povero me!
Mi guardo intorno e sono tutti migliori di me
Povero me! Povero me! Povero me!
Guarda che pioggia di acqua e di foglie
Che povero autunno che è
Guarda che pioggia di acqua e di foglie
Che povero autunno che è
Cammino come un dissidente
Come un deragliato, come un disertore
Senza nemmeno un cappello
O un ombrello da aprire
Ho il cervello in manette
Dico cose già dette e vedo cose già viste
I simpatici mi stanno antipatici
I comici mi rendono triste
Mi fa paura il silenzio
Ma non sopporto il rumore
Dove sarà la tua mano, dolce,
Dove sarà il tuo amore?
Povero me! Povero me! Povero me!
Mi guardo intorno e sono tutti migliori di me
Povero me! Povero me! Povero me!
Guarda che pioggia di acqua e di foglie
Che povero autunno che è
Guarda che pioggia di acqua e di foglie
Che povero autunno che è.

giovedì 3 marzo 2016

DANIELE SILVESTRI - Acrobati .



Si chiama  “ACROBATI” il nuovo disco uscito per Sony Music il  26 febbraio.
E’ stato lo stesso Daniele ad annunciarlo ai suoi fan lo scorso 26 gennaio con queste parole: ”Sono 22 anni che faccio dischi, ma sono più emozionato che mai. Lo dico solo a voi, e poi magari lo negherò… ma credo sia la cosa più bella che ho fatto. Non vedo l’ora di farvelo sentire. Per adesso – però – posso almeno farvelo vedere!“.
“ACROBATI” è un disco acrobatico anche per come è nato: da un iPhone pieno di appunti musicali, di idee, che partendo da uno studio di Lecce la scorsa estate, ha viaggiato fino a ritrovarsi al chiuso di una sala di registrazione dove si è fatto ascoltare germogliando e facendo germogliare un flusso inesauribile di musica.
Jam che diventavano sessioni, armonie, melodie, break che si condensavano in canzoni. Musicisti in tondo a suonare ogni nota come se fosse sempre la prima e anche l’ultima, una serie di take fissate su hard disk che davano già il volto a un disco pieno di spunti, di idee, di libertà.
Di acrobazia in acrobazia diciotto di queste canzoni si sono fatte avanti e si sono tuffate nel disco iniziando ad abitarlo, e rendendolo in poche settimane quello che è oggi: 74 minuti di musica, un piccolo mondo da esplorare e da ascoltare per quanto sa raccontarci.
E quell’idea di equilibrio quasi perfetto tra reale e fantastico la si ritrova anche nella copertina “acrobatica” realizzata da Paolino De Francesco: da un ipotetico aeroplano si osserva un cielo tessuto di fili sottilissimi, in cui si muovono figure immerse nella loro straordinaria quotidianità, come a dire che quella di “camminare sul filo” è una pratica che riguarda, ogni giorno, tutti noi.
Ma “ACROBATI” non sarebbe un disco di Daniele se questo “stare in bilico” non fosse affrontato con la giusta leggerezza e, soprattutto, con quell’ironia che da sempre contraddistingue la sua produzione.
E’ UN DISCO ACROBATICO ANCHE PER COME E’ NATO
Un album straordinariamente ricco di contenuti e di musica, da cui emergono limpidi l’entusiasmo e l’urgenza creativa di Daniele. Un sound potente, che spazia agilmente tra generi diversi, dal rock, al funky, dalla canzone d’autore all’elettronica.
Il disco ha coinvolto più di quindici musicisti e vede alcuni featuring d’eccezione: Caparezza, che con Silvestri firma “La guerra del sale”, Diodato, Dellera, i Funky Pushertz, Diego Mancino.
L’accoglienza ricevuta da “QUALI ALIBI”, il singolo che ha anticipato l’album, testimonia la grande attesa di pubblico e media. Il brano è entrato subito in alta rotazione nelle playlist dei maggiori network radiofonici mentre il videoclip ha totalizzato migliaia di visualizzazioni in poche ore.
“ACROBATI” arriva a cinque anni da S.C.O.T.C.H. e dopo il grande riscontro avuto con “Il padrone della festa”, il progetto che l’ha visto protagonista assieme a Max Gazzè e Niccolò Fabi.
Questa la tracklist completa del disco: “La mia casa”, “Quali alibi”, “Acrobati“, “Pochi giorni” [feat. Diodato], “Un altro bicchiere” [feat. Dellera], “La mia routine”, “Così vicina“, “La verità“, “Pensieri“, “Monolocale“, “La guerra del sale“ [feat. Caparezza], “A dispetto dei pronostici“, “Come se“, “L’orologio“ [feat. Diego Mancino], “Bio-Boogie“ [feat. Funky Pushertz], “Tuttosport“, “Spengo la luce“ [feat. Dellera], “Alla fine“ [feat. Diodato].

sabato 27 febbraio 2016

Il Sud dimenticato.

Il Sud dimenticato dalle mappe della politica

Crollo delle nascite. Città abbandonate. Economia immobile. E nessuna strategia. Un terzo del Paese è come dimenticato. 

Desertificazione industriale. Assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie. Rischio povertà. E crollo demografico: «Nel 2014 al Sud si sono registrate solo 174 mila nascite, livello al minimo storico registrato oltre 150 anni fa, durante l’Unità d’Italia: il Sud sarà interessato nei prossimi anni da uno stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili». Sottosviluppo permanente. Prima della pausa estiva il rapporto 2015 dello Svimez aveva fotografato la catastrofe del Mezzogiorno dopo quasi settant’anni di Repubblica. Un paese povero in un paese ricco, un paese immobile in un paese in trasformazione.

  




 Nelle       regioni del Sud si viaggia in pullman e per arrivare a Matera, capitale della cultura europea 2019 si prende la ferrovia appulo-lucana. Un mondo separato, per parafrasare Pier Paolo Pasolini, che condiziona la fragile crescita italiana e il calo della disoccupazione rivelato dall’Istat in questi giorni. Un mondo dimenticato, sparito dalle mappe della politica italiana, terra di approdo per i migranti in arrivo dall’Africa e alla deriva nel Mediterraneo, terra di fuga per le giovani generazioni. Un mondo che sprofonda nell’illegalità e nel sopruso mafioso.


I Partiti  sono chiamati a governare i drammi e le emergenze dei tanti Sud d’Italia. Se lo sforzo dovesse fallire un pezzo di elettorato meridionale, come in altre stagioni della storia repubblicana, è pronto alla rivolta, al voto per il Movimento 5 Stelle, nella scomparsa dei tradizionali referenti politici, la sinistra, la destra,  il moderatismo. Per questo è sulla nuova questione meridionale che si giocherà la vittoria o la sconfitta della partitocrazia Italiana .


Stralcio di un’articolo di Marco DAMILANO.

venerdì 26 febbraio 2016

Umberto Eco




    Umberto Eco  (  5 gennaio 1932, Alessandria - 19 febbraio 2016, Milano)
    Semiologo, filosofo e scrittore italiano. Saggista prolifico, ha scritto numerosi saggi di semiotica, estetica medievale, linguistica e filosofia, oltre a romanzi di successo. 


“Di qualsiasi cosa i mass media si stanno occupando oggi, l’università se ne è occupata venti anni fa e quello di cui si occupa oggi l’università sarà riportato dai mass media tra vent’anni. Frequentare bene l’università vuol dire avere vent’anni di vantaggio. È la stessa ragione per cui saper leggere allunga la vita. Chi non legge ha solo la sua vita, che, vi assicuro, è pochissimo. Invece noi quando moriremo ci ricorderemo di aver attraversato il Rubicone con Cesare, di aver combattuto a Waterloo con Napoleone, di aver viaggiato con Gulliver e incontrato nani e giganti. Un piccolo compenso per la mancanza di immortalità. Auguri”.
Da un discorso alle matricole del corso di laurea in Scienze della Comunicazione a Bologna nel 2009.

sabato 23 maggio 2015

Falcone Giovanni


Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola.
              Giovanni Falcone
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/vita/frase-88376?f=a:5726>

sabato 3 gennaio 2015

Io non mi sento italiano.







Pensieri dal Web :

Parlano di Renzi che è ritornato a Strasburgo, di Conte che è diventato il nuovo allenatore della nazionale, del papa che lancia messaggi d'amore senza sporcarsi le mani, di un tizio che ha ammazzato la moglie, di due aerei militari distrutti in uno scontro. Ma perchè non si parla di tutti noi, della stragrande maggioranza, di genitori che fanno due lavori per dare da mangiare ai figli, di quelli che il lavoro proprio non ce l'hanno, di quelli che si ammazzano perchè licenziati o costretti a chiudere un attività e troppo vecchi per ricominciare da zero, di giovani disoccupati, laureati, qualificati, e cassieri di supermercati (OGNI LAVORO È DIGNITOSO ALLO STESSO MODO), di tutti quelli che il futuro proprio non ce l'hanno? La colpa è nostra, ci accontentiamo delle briciole, permettendo a dei dementi incravattati di guadagnare in un mese quello che una persona comune e più qualificata guadagna in due anni, a degli imbecilli di amministrare un paese e decidere della nostra vita.
Io non mi sento italiano.

sabato 5 luglio 2014

IL POPOLO ITALIANO HA PAURA DI CAMBIARE ?

:
 

PENSIERI DAL WEB

ll Sistema Politico Italiano
Riforme e cambiamenti per non cambiare mai ?


In molti dicono che non vogliono avere a che fare con la politica e con i partiti, ma tutti regolarmente abbiamo a che fare con essi, ed anche quando non ce ne vogliamo occupare, “essi”si occupano di noi, e così è da sempre,  e da sempre si fanno riforme e riforme senza che mai si sia arrivato a ciò che tutti vorremmo ma che il “Sistema politico”  non ci permette di fare, il perché è facile intuirlo, chi realmente vuole che non si cambi è chi in questo sistema  ne trae vantaggio, ed insieme a questi anche chi pensa che un giorno ne può trarre vantaggio.



Gli altri le persone comuni   seguono il sistema “inerti” o senza rendersi conto di seguire uno schema prestabilito che porta vantaggio ai soliti,soliti che un giorno chiamiamo “casta ” un altro “egoisti” un altro “sfruttatori” un altro “delinquenti” o “mafiosi”ma tutti difensori di questo “Sistema”.



In questo sistema, c’è  anche gente “ onesta” che crede ai sani principi della democrazia, crede nei valori fondanti della Costituzione ed al fatto che il “Popolo è Sovrano”ma poiché fa parte del sistema ne è  vittima , il  sistema  gli dà  la possibilità di dirigere , ma non quella di cambiare .

Il malcapitato si troverà circondato da quelle categorie  (“mafiosi ”, “egoisti”, “sfruttatori”, “delinquenti”, “casta”).che non gli daranno nessuna possibilità di cambiamento .



Come si può ovviare a questo? In un modo molto semplice “non Delegare” gli altri.



Si dirà  ovviamente ma non tutto il popolo può andare a governare fisicamente! Verissimo, ma il popolo può eleggere

i rappresentanti  senza dare loro la delega di decisione , la decisione deve rimanere in mano al POPOLO

per cui gli eletti devono avere solo la funzione di “portavoce del Popolo” (o dei cittadini), 

per assurdo dovranno  avanzare le proposte del popolo e magari non essere tra i favorevoli della proposta.


venerdì 4 luglio 2014

LA STORIA SIAMO NOI



LA STORIA
di Antonio Piccolo
La storia
da Scacchi e tarocchi (1985)

La storia siamo noi, nessuno si senta offeso,
siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.
La storia siamo noi, attenzione,
nessuno si senta escluso.
5          La storia siamo noi,
            siamo noi queste onde nel mare,
questo rumore che rompe il silenzio,
questo silenzio così duro da masticare[1].

E poi ti dicono: "Tutti sono uguali,
10        tutti rubano nella stessa maniera".
            Ma è solo un modo per convincerti a restare chiuso dentro casa,
quando viene la sera.
Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone
La storia entra dentro le stanze[2] e le brucia,
15        la storia dà torto e dà ragione[3].

La storia siamo noi,
siamo noi che scriviamo le lettere,
siamo noi che abbiamo tutto da vincere e tutto da perdere[4].

E poi la gente (perché è la gente che fa la storia),
20        quando si tratta di scegliere e di andare,
            te la ritrovi tutta con gli occhi aperti,
che sanno benissimo cosa fare:
quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare
25        ed è per questo che la storia dà i brividi,
            perché nessuno la può fermare[5].

La storia siamo noi,
siamo noi padri e figli.
Siamo noi, bella ciao, che partiamo.
30        La storia non ha nascondigli,
            la storia non passa la mano.
La storia siamo noi,
siamo noi questo piatto di grano.

Un’apologia della storia.
Questa è la definizione che meglio sintetizza il significato di questa canzone, che si annoda su un messaggio, espresso all’inizio e più volte ribadito: “è la gente che fa la storia”. Una concezione illuministica contrapposta alla concezione antica e latina in particolare, secondo cui sono i grandi personaggi (Alessandro, Cesare, Augusto etc.) a fare la storia, che tra l’altro sarebbe “scienza del passato”. 
L’autore è chiaro ed esplicita fin dall’inizio il senso del brano, con un’anastrofe[6] efficace: “la storia siamo noi” (anziché “noi siamo la storia”). Ma necessariamente c’è un invito a fermarsi, perché De Gregori non sta affermando nulla di rivoluzionario e tale concezione idealistica, se da un lato dà importanza a tutti, dall’altro blocca decisamente ogni idea di autocompiacimento: noi siamo la storia, è vero, ma cos’è poi la storia? Un “prato di aghi sotto il cielo”, moltitudine informe e inerme al corso degli aventi. Ma non è una visione fatalistica della storia, visto che subito si canta che siamo anche “onde nel mare”, cioè movimento, parte influente in ciò che accade, anche se solo in parte (secondo la proporzione onde-mare). Siamo da un lato rumore nel silenzio (movimento) e dall’altro silenzio (stasi). Un silenzio difficile da comprendere nel profondo (“duro da masticare”) e, di conseguenza, anche da spiegare e “raccontare” agli altri. Nessuno deve sentirsi offeso, perché questo “noi” non è un soggetto parziale, non è una contrapposizione noi-voi: sta ad intendere “noi, genere umano” e (“attenzione”) nessuno deve sentirsi escluso, nel bene, ma anche nel male.
In questi pochi versi De Gregori non fa altro che riaffermare la concezione moderna della storia, vista come intreccio complesso di fenomeni e processi disparati, del quale l’uomo è protagonista, ma sempre come parte del tutto: “complice del suo destino”2, ma anche “figlio del suo tempo”[7]. Ecco forse una delle migliori definizioni mai scritte: “«Scienza degli uomini», abbiamo detto. È ancora troppo vago. Bisogna aggiungere: «degli uomini, nel tempo». Lo storico non pensa solo «umano». L’atmosfera in cui naturalmente il suo pensiero respira è la categoria della durata”[8]. 

Ecco che il brano, pur mantenendo il tono di una verosimile elegia alla storia soprattutto per effetto della melodia dolce, pare trasformarsi in più occasioni in una canzone-denuncia contro il qualunquismo e la banalità, prima di prendere una chiara svolta anti-revisionista. L’io lirico dà il tu ad un uomo qualunque, uno dei tanti aghi sotto il cielo, come a svegliarlo dalla propria incoscienza. Alle persone che dicono “tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera” viene dedicato un vago ed impersonale “ti dicono”, come a dire che non meritano d’essere menzionate con precisione, dove quell’ “e poi” sottolinea il sarcasmo. Un’accusa a quelli che non vogliono altro che farti chiudere in casa, farti rimanere chiuso nella tua caverna (mito platonico). Inutile, perché si può banalizzare la storia, evitarla, eluderla, ma tanto “nessuno la può fermare”, come canterà successivamente: la storia va oltre il portone ed entra, incendia le stanze della tua casa dove ti sei nascosto (dal vivo De Gregori canterà anche “le NOSTRE stanze”, ribadendo di non escludere nessuno, neanche se stesso). E una volta fatta irruzione ovunque, la storia emette sempre la propria sentenza inequivocabile, “dà torto e dà ragione”, alla faccia di chi vuole ignorarla. E si torna a ribadire che noi siamo la storia, anche in un’azione quotidiana come quella di scrivere, anche la gente comune che non indirizza gli eventi a proprio vantaggio: quelli che non posseggono niente e hanno “tutto da vincere”, quelli che, al contrario, potrebbero perdere tutto e poi la stragrande maggioranza che ha “tutto da vincere e tutto da perdere”, che subisce una vera sconfitta solo se non si mette in gioco. Un’incitazione a riappropriarsi del proprio ruolo nella storia, a svegliarsi dal buio nel quale qualcuno vuole farci soccombere: “la canzone La storia è una specie di inno alla nostra necessità di essere parte consapevole dei tempi che viviamo”[9].

Non si tratta di riuscire ad acquisire un ruolo nella storia, ma di essere consapevoli del ruolo che già si possiede, tant’è vero che la gente “quando si tratta di scegliere e di andare / te la ritrovi tutta con gli occhi aperti / che sanno benissimo cosa fare”. Una scelta pronta e sicura, in cui la cultura non è una discriminante, non importa quanti libri si sono letti. Una scelta che porta a delle conseguenze storiche comunque: consapevoli o meno, la storia “nessuno la può fermare”, va avanti con le sue conseguenze provocate da qualcosa o qualcuno di ben preciso, “è per questo che la storia dà i brividi”, ed è per questo che è ancora più necessaria una coscienza storica. Visto che De Gregori, quando si esibisce dal vivo, ha molto spesso sostituito al verbo “fermare” il verbo “cambiare”, teniamo conto di questa modifica. Il messaggio diventa ancora più esplicito: consapevoli o meno, la gente fa le sue scelte che modificano il corso degli eventi, che possono portare cose buone (libertà, uguaglianza), ma anche cose cattive (fascismo, nazismo, genocidi). Forse qualcuno potrà spiegare, qualcun altro giustificarsi, ma una cosa è certa: ci sono precisi meriti e precise colpe, la storia parla chiaro, “nessuno la può CAMBIARE”. C’è una linea di continuità con quanto espresso prima, cioè che “la storia dà torto e dà ragione”, solo che, mentre quella era un’affermazione, questa è una negazione espressa da quel “nessuno”. È un netto no al revisionismo sfrenato, messo ancora più in luce se si canta “nessuno la può NEGARE”, come fa De Gregori da un po’ di tempo a questa parte. Impressionante, in questo punto, la somiglianza con “La storia”[10], poesia di Eugenio Montale: “La storia non è prodotta / da chi la pensa e neppure / da chi la ignora”.

lunedì 2 giugno 2014

IL CUOCO DI SALO' - Antonio Piccolo



Antonio Piccolo



Liceo Ginnasio Classico Statale
ANTONIO GENOVESI

Napoli
 


Il cuoco di Salò

da Amore nel pomeriggio (2001)

 

Alla sera vedo donne bellissime

da Venezia arrivare fin qua.

E salire le scale e frusciare

come mazzi di rose.

5          Il profumo rimane nell'aria,

quando la porta si chiude,

ed allora le immagino nude ad aspettare.

 

Sono attrici scappate da Roma

o cantanti non ancora famose,

10        che si fermano per una notte,

per una stagione.

Al mattino non hanno pudore,

quando scendono per colazione,

puoi sentirle cantare.

 

15        Se quest'acqua di lago fosse acqua di mare,

quanti pesci potrei cucinare stasera.

Anche un cuoco può essere utile in una bufera,

anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare.

 

Che qui si fa l'Italia e si muore.

20        dalla parte sbagliata.

In una grande giornata si muore,

in una bella giornata di sole,

dalla parte sbagliata si muore.

 

E alla sera da dietro a quei monti

25        si sentono colpi non troppo lontani.

C'è chi dice che sono banditi

e chi dice americani.

Io mi chiedo che faccia faranno

a trovarmi in cucina

30        e se vorranno qualcosa per cena.

 

Se quest'acqua di lago potesse ascoltare,

quante storie potrei raccontare stasera:

quindicenni sbranati dalla primavera,

scarpe rotte, che pure gli tocca di andare.

 

35        Che qui si fa l'Italia e si muore,

dalla parte sbagliata.

In una grande giornata si muore,

in una bella giornata di sole,

dalla parte sbagliata si muore.

 

40        In una grande giornata si muore,

dalla parte sbagliata,

in una bella giornata di sole,

qui si fa l'Italia e si muore.

 

Il brano in questione, più di altri, andrebbe considerato nella sua convergenza di testo-melodia-armonia-arrangiamento-interpretazione. Grande merito va attribuito a Franco Battiato che, con il suo arrangiamento, riesce a portare ai massimi livelli il grado di disincanto e lontananza che è parte effettiva e necessaria del significante di questa canzone.

 Una canzone il cui protagonista - che parla in prima persona -, coinvolto nella grande storia, è un personaggio minore, angolare, quotidiano: un cuoco della Repubblica Sociale di Salò, nei suoi ultimi giorni. Attraverso questo espediente letterario, con cui può esimersi dall’esprimere un giudizio storico, De Gregori riesce in un’impresa titanica: da un lato, riesce a raccontare la vicenda italiana dei giovani repubblichini e di quella sorta di “guerra civile” italiana fra il settembre del ’43 e l’aprile del ’45; d’altro lato, riesce a raccontare la condizione universale di chi, nelle sue piccole scelte, si trova inconsapevolmente “dalla parte sbagliata”. Attenzione, “inconsapevolmente” non vuol dire senza colpa, ma solo senza (piena) consapevolezza. Il cuoco di Salò è una di quelle persone “grigie” di cui parla Renzo De Felice, che ha vissuto gli anni del fascismo senza nemmeno accorgersene.

 Inconscio di essere testimone della grande storia, il cuoco di Salò è preso, nella sua genuinità, dalle “donne bellissime” che gli girano intorno, cantando ed emanando un profumo che lo fa sognare, mentre lui è intento a preparare loro la colazione. Attrici e cantanti a cui lui non chiede ragione della loro presenza, ma piuttosto si concentra sul proprio ruolo: si rammarica di non poter preparare il pesce per la cena e ribadisce, più a se stesso che ad altri, tra la gente che magari combatte e perciò non ha tempo di badare a lui, la propria indispensabilità, poiché “anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare”. “Il cuoco pensa a sé, alla sua vita, al suo lavoro: è lui nella sua piccola dimensione il centro: tutto il resto che è «la storia» fa da sfondo e risulta ai suoi occhi come occasionale incidente, ininfluente”[1].

 
Ma la grande storia fa l’ingresso nella canzone, sempre dall’ottica del cuoco. Egli non distingue il dato storico, non fa differenza fra i combattenti, vede come dato unificatore la morte. Ma non è una morte qualunque: è una morte cercata, eroica in senso epico, anche quella dei combattenti di Salò. A sottolinearlo sono le trombe che si sentono in lontananza, ma anche la frase che si pronuncia: “che qui si fa l’Italia e si muore”, citazione di Giuseppe Garibaldi, cambiata quel poco (cambio della congiunzione da “o” ad “e”) necessario per cambiare totalmente di senso. È un dato di fatto: questa è l’Italia, ma ci si ammazza fra italiani, da qualunque parte si stia, e ognuna delle due parti ritiene di stare facendo il bene del paese (il grido “Viva l’Italia!” appartiene sia alla cultura fascista che a quella antifascista). La sentenza storica c’è, però: i repubblichini muoiono “dalla parte sbagliata”. Non si tratta di una sentenza del cuoco, incosciente e ingenuamente disinformato, e nemmeno di De Gregori: “Sono loro stessi che in questo canto dicono di stare dalla parte sbagliata. Credo che questo fosse un sentimento abbastanza diffuso, forse in maniera più o meno conscia fra coloro che avevano scelto di militare nella Repubblica Sociale. Sicuramente sapevano di andare incontro ad una sconfitta storica, non solo ad una sconfitta militare”[2]. La canzone esprime una sorta di umana ed universale pietà per tutte le persone comuni che vengono trascinate e coinvolte in affari più grandi di loro, anche per i nemici che, con tutta la loro buona volontà e buona fede, lottano per il proprio ideale, anche se inequivocabilmente sbagliato. La tragedia è ancora maggiore perché si tratta di italiani contro italiani, sebbene la storiografia non abbia mai tollerato fino in fondo la visione di quel periodo come “guerra civile”. “Questa esigenza collimava con la propensione largamente diffusa a occultare il dato elementare che «anche i fascisti, nonostante tutto, erano italiani». «Italiani» non rinvia soltanto a un dato etnico. Entrambe le parti intendevano integrare «il paradigma dello Stato moderno come sovrana unità politica», poiché entrambe si sentivano rappresentanti dell’Italia intera”[3]. Lo dice lo stesso De Gregori: “Ecco, ora però il discorso sulla guerra civile o guerra di liberazione è sempre stato visto male dalla sinistra fino a una decina d’anni fa. Poi c’è stato il libro molto importante, che sicuramente alcuni di voi avranno letto, di Claudio Pavone, dove si dice una volta per tutte, e credo che questo oggi nessuno lo possa contestare, che anche quelli che combattevano dalla parte dei fascisti, anche i repubblichini, anche quelli alleati con i tedeschi, erano comunque italiani. Quindi probabilmente avevano delle motivazioni forti, patriottiche, per compiere quella scelta. Questo chiaramente non vuol dire giustificarli. Non è la canzone la sede per giustificare”[4].

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sabato 4 gennaio 2014

Figlio mio, lascia questo Paese





Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.
Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

sabato 28 dicembre 2013

RITORNARE ALLA TERRA

Parla il torinese Roberto Moncalvo, 33 anni, giovanissimo neo presidente
della Coldiretti, che rappresenta 1,6 milioni d’iscritti.

http://www.incrocinews.it/attualit%C3%A0/ritornare-alla-terra-1.83731

venerdì 27 settembre 2013

COUS COUS FEST 2013


Sperando che l'anno prossimo riusciremo ad organizzarci per vedere questa interessante manifestazione.
Ed augurandoci che la nostra Sagra del Fico d'India  per la felicità degli  Scandalesi possa prendere ad esempio questa interessante  manifestazione.

L' edizione della manifestazione, la sedicesima, è in programma a San Vito Lo Capo dal 24 al 29 settembre 2013 . Saranno nove i paesi partecipanti alla gara gastronomica internazionale, cuore dell'evento, e ogni sera piazza Santuario ospiterà concerti e spettacoli gratuiti con artisti di livello nazionale. Non mancheranno i momenti di approfondimento con gli appuntamenti di Café le cous cous, il talk show del festival, e quelli dedicati alla gastronomia di qualità che vedrà esibirsi chef stellati del panorama italiano tra cui Filippo La Mantia. La rassegna vede come protagonista il cous cous, piatto ricco di storia ed elemento di sintesi tra culture, simbolo di apertura, meticciato e contaminazione. Protagonista indiscusso dell’evento è il cous cous, piatto ricco di storia ed elemento di sintesi tra culture, simbolo di apertura, meticciato e contaminazione. Una gara gastronomica tra chef di nove paesi, momenti di approfondimento dedicati ai cous cous del mondo, incontri culturali, talk show e seminari. E, come ogni anno, non mancheranno momenti di puro divertimento, con spettacoli di grandi artisti e concerti che, sempre nel segno della multiculturalità, animeranno le serate dell’evento. Il tutto nella splendida cornice di questa cittadina che con il suo clima caldo, il suo mare cristallino e la bellezza delle sue spiagge è la location ideale per prolungare un altro po’ il piacevole relax delle vacanze estive.



mercoledì 14 agosto 2013

Ritorno alla terra: cresce l’occupazione nel settore dell’agricoltura

Si torna in campagna. Ma non per una vacanza in qualche agriturismo o per un fine settimana lontani dal caos delle città. No, si torna per lavorare, per una scelta di vita. Il fenomeno è sempre più diffuso tra i giovani, e sta portando anche sorprendenti risultati dal punto di vista occupazionale.
Secondo le ricerche di Coldiretti tre giovani su quattro sono infelici al lavoro e scoprono il piacere dell’agricoltura. Ci provano. Ecco perché l’occupazione nei campi nel 2013, in assoluta controtendenza rispetto agli altri settori produttivi, è già cresciuta del 9 per cento e un terzo delle aziende agricole del made in Italy è gestito da ragazzi under 40 anni.
Perfino le esportazioni volano, a conferma del fatto che l’enogastronomia può fare risultati importanti per la bilancia commerciale: nel 2012 è stato toccato il record storico di 34 miliardi di euro di prodotti esportati, tra l’altro in un momento nel quale tutti i consumi alimentari sono in forte contrazione.

RITORNO ALLA TERRA, LE STORIE DI CHI L’HA FATTO. Che cosa vanno a fare i giovani nei campi? Vino, olio, prodotti locali e agriturismo. Paolo Gugliemi non ha ancora compiuto trent’anni, era molto vicino alla laurea in Economia e pensava a un futuro da broker assicurativo. Poi la decisione di cambiare vita. E la scelta di tornare a Monte San Vito, in provincia di Ancona, per aprire una piccola azienda agricola, dove tra l’altro si insegna ai bambini disabili la stagionalità dei prodotti e come si possono creare oggetti in legno riciclato.
“Più mi avvicinavo alla laurea e più pensavo alla vita tranquilla dei mie nonni nel loro piccolo podere. Sentivo un’attrazione fortissima, e ho voluto rischiare: oggi sono un uomo felice, realizzato, convinto di essere riuscito a fare una buon azienda e un’attività significativa nel volontariato” racconta Paolo Guglielmi.
Silvia Bendati, invece, faceva l’insegnante di scuola media: ha lasciato il posto fisso e si è trasferita nella tenuta agricola di famiglia a Toscanella di Dozza, in provincia di Bologna. Qui adesso produce olio, vino sangiovese e bottiglie di passito disegnate da lei. “Volevo dare un futuro diverso ai miei figli, offrire loro un’opportunità. E adesso nella mia azienda lavorano quindici persone, ed io sono rinata….” .
 Anche Paolo Rotoli, 37 anni, dopo una carriera di quasi quindici anni come informatico, ha mollato posto e ufficio per trasferirsi in campagna. Oggi alleva capre, dalle quali ricava latte per i formaggi, dolci e gelati che vende innanzitutto ai clienti del suo agriturismo. Fino a qualche mese fa, Paolo riceveva telefonate dai suoi ex compagni di lavoro che gli suggerivano di rientrare nel giro dell’informatica. Ma lui ha risposta sempre allo stesso modo: in campagna si sente un uomo felice.

lunedì 12 agosto 2013

ITALIA A PIEDI di MARCELLO FAUCI

Chi sono


Sono nato a Crotone nel 1984.
Nel 2009 ho preso il diploma presso l’ Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata di Roma.

Vivo a Milano e dal 2010  ad oggi ho collaborato come freelance in ambito editoriale con riviste mensili (Espresso, Repubblica,Private,Witness Journal,XL di Repbblica) realizzando reportage in Italia e all’estero.
www.marcellofauci.

Il progetto

Attraversare tutta la Penisola partendo da Milano, destinazione Crotone, senza utilizzare alcun mezzo di locomozione,fotografando luoghi e persone per costituire un diario di viaggio.
Dormire dove capita, chiedere ospitalità, interessarsi alle persone che si incontrano fortuitamente ed alle esperienze che si vive.

Il Percorso
Partirò il 5 Aprile da Milano puntando verso Sud,
prevedendo una media 30 km al giorno dovrei bussare alla porta di casa di mia madre più o meno dopo 40 giorni…


RIVOLTO AGLI AMICI INCROCIATI TRA MILANO E CROTONE
Quali sono le cose importanti, quelle di cui si ha bisogno per realizzare una mostra e raccontare una storia?
Bisogna individuare un soggetto interessante, trovare uno spazio, un curatore, organizzare la comunicazione, pianificare ogni cosa a cominciare dal budget  per le stampe, le cornici, l’affitto, il catering, gli inviti e non ultimo affinare le tecniche di “pierraggio”  sfoggiando sorrisi credibili durante il vernissage incrociando le dita affinchè qualche collezionasta passi di li’ con la voglia di alleggerire il portafoglio.





Caccuri è uno di quei tanti tesori Calabri che sopravvivono in una regione molte volte nota per gli scempi e le brutture.E’ la mia ultima tappa prima dell’arrivo, che proprio mentre scrivo è già più vicino di ieri.




Non amo il gran finale e così l’ultima tappa è stata uguale alle altre perchè a Crotone ci sono arrivato per vedere cosa succedeva nel mezzo.