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domenica 4 dicembre 2016

“Faticare in campagna è il lavoro più bello del mondo, altro che vita in ufficio”

Da: Il Fatto Quotidiano.


Elisabetta, Teresa e Francesca hanno deciso di proseguire l'attività dell'azienda di famiglia. Si svegliano all'alba, si occupano della mungitura, degli altri animali che "ospitano" e dei vigneti. “Abbiamo deciso di rimboccarci le maniche e investire in un settore sempre più mortificato e con un basso tasso di ricambio generazionale”

“Ora sentiamo la responsabilità di portare avanti una storia, la nostra”. Hanno fatto studi tra loro diversi, ma hanno sempre amato la campagna. Fino a prendere in gestione un vigneto, ciliegi, campi coltivati ed una stalla. Sono Elisabetta, Teresa e Francesca, rispettivamente audioprotesista, studentesse di Enologia all’Università di Padova e Chimica e tecnologie farmaceutiche. Quel patrimonio fatto di terre e animali era l’azienda di famiglia, la Eredi Marcon di Mason Vicentino, in provincia di Vicenza. Prima era gestita dai genitori e dalla zia poi, da quando nel ’95 il papà è mancato, a portarla avanti sono state sole donne.
“Ogni giornata è diversa. Non ci annoiamo mai”
“Abbiamo deciso di rimboccarci le maniche e investire in un settore sempre più mortificato e con un basso tasso di ricambio generazionale”, dicono prima di passare a raccontare le loro giornate. “In realtà sono tutte diverse fra loro, anche se dobbiamo sempre e comunque prenderci cura degli animali e della terra. Possiamo dire che non ci annoiamo mai”. E a queste tre ragazze, tra i 23 e i 30 anni, l’entusiasmonon manca.
“Ci svegliamo all’alba – racconta Francesca – per la mungitura del latte che poi diamo a un’azienda per produrre il formaggio Asiago. Poi pensiamo agli altri”. Perché oltre alle mucche ci sono gatti, cani, galli, galline, conigli, un asino e Reginaldo, un’oca. Tutti da compagnia, ognuno orgoglio delle loro proprietarie. Come lo sono anche i ciliegi della tipologia autoctona di Marostica. “Abbiamo in cantiere un progetto per avviare la produzione di uno yogurt a chilometro zero con la nostra frutta”, spiega Teresa, la più giovane. “E mi piacerebbe trovare un modo per trasmettere l’importanza di questo lavoro. Magari partendo dalle piccole cose: insegnare a riconoscere la frutta di stagione o capire come vivono gli animali”.
“Abbiamo in cantiere un progetto per avviare la produzione di uno yogurt a chilometro zero con la nostra frutta”
Passione e duro lavoro, ma anche voglia di innovare guardando oltre l’Italia. Per questo Teresa ha appena terminato un’esperienza di alcuni mesi in un vigneto francese. “Ho potuto costatare un approccio diverso da quello italiano – racconta –, avendo anche la conferma di quanto sia importante per le piccole tenute come la nostra saper fare un po’ di tutto. Incluso riparare i macchinari, le cui spese di manutenzioneincidono non poco nel bilancio annuale”. Nella loro tenuta, le tre sorelle producono “due tipologie di vitigni autoctoni: Merlot e Cabernet: vendiamo l’uva alla cantina di cui siamo socie e da lì fanno il vino. E abbiamo acquistato ulteriori quote regionali per inserire anche un bianco e sono andata in Francia per imparare di più”.
“Dispiace che il settore agricolo sia, a volte, ingiustamente disprezzato o sottovalutato”
A volte, però, le norme complicano la gestione delle attività per i piccoli imprenditori. Come nel caso della vendemmia. “Vorremmo invitare i nostri amici a farla con noi come si faceva un volta – dice Francesca – ma non possiamo perché rischiamo una multa se non dimostriamo di pagarli. Siamo contro lo sfruttamento e una legge per impedirlo è giusta, ma si dovrebbe trovare una soluzione su questo aspetto”.
E anche il tema dei fondi europei è spesso un ostacolo per i giovani imprenditori agricoli: “Gli investimenti da proporre per avere accesso ai finanziamento, anche i più bassi, si aggirano intorno ai venticinque mila euro – spiega Elisabetta –. Per ora non facciamo debiti, ma è difficile pensare di poter vivere in tre senza fare investimenti”. Il futuro, quindi, lo vedono a contatto con la natura. “Io non riuscirei a lavorare in un ufficio, questo è il lavoro più bello del mondo – conclude Teresa –. Mi dispiace che il settore agricolo sia a volte disprezzato o sottovalutato. Anche perché dovremmo difendere la varietà e la qualità del nostro cibo”.


martedì 15 marzo 2016

Contadini per passione


Perché per produrre bontà bisogna coltivare bellezza!

“[...] che oggi tornare alla terra non è tornare alla miseria,ma tornare alla dignità e alla bellezza.”


Salvaguardare l’identità e la bellezza delle nostre campagne, facendo di tutto e adoperandosi coltivandole, nel rispetto ognuna della propria vocazione, significa continuare a produrre e a conservare un concetto di qualità, eredità della sapienza e dell’esperienza di chi ci ha preceduto.
In una dimensione che va nella direzione di omologare tutto, perdendosi poi nei meandri della tanto temuta globalizzazione, si inizia a far strada un manifesto nuovo, una nuova voglia di conoscenza, una sete di sapere “chi”, “dove” e “come” un determinato territorio. Nella ricerca di una dimensione più intima, più tangibile, più essenziale. Per dirla in una parola: locale.
In un periodo quale quello che stiamo vivendo, dove l’apparire ha superato di gran lunga l’essere, dove l’estetica ha preso il sopravvento sull’etica, e dove basta dirle le cose invece che farle, è necessario tornare a fare agricoltura. Utilizziamo non a caso il termine “fare” perché ci sono tanti modi di operare. Il nostro è quello vecchio, sano e genuino, dove fare agricoltura è sinonimo di “fare territorio”, un “fare” che sia condiviso e raccontato il più possibile, in una sorta di “agricoltura di servizio”che si contamini con nuove forme e nuovi contenuti, in una dimensione diversa.
In un mercato che ha ormai abbandonato la sua vecchia collocazione classica, anche la “vecchia” azienda agricola deve allargare i suoi confini classici, confini che da reali diventano virtuali.
Dal sito Contadini per passione.

sabato 5 aprile 2014

L'Agricoltura Sinergica

l'arte di coltivare lasciando fare alla terra 

L'Agricoltura Sinergica
L'Agricoltura Sinergica è un metodo di coltivazione elaborato dall'agricoltrice spagnola Emilia Hazelip.
Si basa sul principio, ampiamente dimostrato dai più aggiornati studi microbiologici, che, mentre la terra fa crescere le piante, le piante creano suolo fertile attraverso i propri "essudati radicali", i residui organici che lasciano e la loro attività chimica, insieme a microrganismi, batteri, funghi e lombrichi.
I prodotti ottenuti con questa pratica hanno una diversa qualità, un diverso sapore, una diversa energia e una maggiore resistenza agli agenti che portano malattie; attraverso questo modo di coltivare viene restituito alla terra, in termini energetici, più di quanto si prende, promuovendo i meccanismi di autofertilità del suolo e facendo dell'agricoltura un'attività umana sostenibile.
  

Masanobu Fukuoka

Uno dei primi al mondo ad interessarsi di agricoltura naturale fu Masanobu Fukuoka. Un microbiologo ed agricoltore giapponese che dopo aver lavorato in un laboratorio di ricerca capì che in agricoltura i problemi sorgono quando l’uomo tenta di superare la natura.
Gli equilibri naturali che gestiscono un ecosistema sono perfetti fino a che l’uomo non li modifica nel tentativo di migliorarli.
La tecnica del “non fare” di Masanobu Fukuoka raggiunse la sua massima efficienza dopo 30 anni di osservazioni e studi. Il metodo Fukuoka è di una semplicità estrema e si può riassumere in tre fasi. Seminare, Pacciamare e raccogliere. Maestro e filosofo Fukuoka è stata la più alta voce in capitolo dell’agricoltura naturale Giapponese. Studenti, agronomi  e scienziati di tutto il mondo sono andati a studiare e verificare il suo metodo, che data la validità è poi stato esportato in ogni parte del mondo. Il lavoro di Fukuoka è stato adattato al clima europeo da Emilia Hazelip, da Marc Bonfils e da molti altri.

Nella Rivoluzione del filo di paglia Vic Sussman ci accompagna in un viaggio in Giappone nella fattoria di Masanobu Fukuoka per vedere da vicino la sua tecnica e per ascoltare direttamente da lui i suoi preziosi insegnamenti. Fukuoka non usava macchinari agricoli, non usava prodotti chimici, e nella sua fattoria non esistevano comodità moderne che distraevano e non permettavano di sviluppare quella sensibilità necessaria ad ascoltare le voce della natura.  Non arando il terreno andava contro le regole sulle quali l’agricoltura si basava da millenni,  e nonostante non inondasse la risaia per tutta l’estate, la resa del suo campo di riso era paragonabile a quella di una risaia moderna coltivata con fertilizzanti e pesticidi chimici.
Fukuoka vedeva l’agricoltura come un cammino per raggiungere la saggezza. Non era importante il raccolto ottenuto da un campo ma l’elevazione spirituale e la consapevolezza che si acquisivano nel coltivarlo. L’osservazione della natura e l’imitazione dei processi naturali portarono Fukuoka a sviluppare metodi semplicissimi ma molto efficienti come la pacciamatura usando la paglia che normalmente gli altri agricoltori bruciavano, la consociazione di piante azoto fissatrici o il Nengo-Dango che consiste nel creare palline di argilla contenenti i semi da spargere sul campo. Fukuoka diceva che inviare queste palline a tutto il mondo era molto più utile che costruire industrie di fertilizzanti e diceva che invece di usare gli aerei per lanciare bombe, bisognava usarli per lanciare le palline di semi. Egli cercava di imitare la natura quanto più poteva e la aiutava invece di lottare per migliorarla.
Aveva creato un ecosistema stabile nel quale tutti gli esseri viventi cooperavano in armonia. Dai più piccoli microbi e batteri che cooperando con le radici delle piante fertilizzavano il sottosuolo, agli animali più grandi come gli uccelli, rane e capre che fertilizzavano la superficie costantemente coperta da un manto di sostanza organica. Un equilibrio perfetto che non veniva  toccato dalle malattie e dagli insetti che a volte infestavano la valle.