L'
O. ficus-indica è nativa del
Messico. Da qui, nell'antichità, si diffuse tra le popolazioni del
Centro America che la coltivavano e commerciavano già ai tempi degli
Aztechi, presso i quali era considerata pianta sacra con forti valori simbolici. Una testimonianza dell'importanza di questa pianta negli scambi commerciali è fornita dal
Codice Mendoza[1]. Questo codice include una rappresentazione di tralci di
Opuntia insieme ad altri tributi quali pelli di
ocelot e di
giaguaro. Il
carminio, pregiato colorante naturale per la cui produzione è richiesta la coltivazione dell'
Opuntia, è anch'esso elencato tra i beni commerciati dagli Aztechi.
Coltivazione
È una tipica pianta aridoresistente che richiede temperature superiori a 0 °C, al di sopra di 6 °C per uno sviluppo ottimale. Temperature invernali prolungate al di sotto di 0 °C, pur non costituendo un fattore limitante per le piante selvatiche, deprimono l’attività vegetativa e la produttività delle piante in coltura e possono portarle al deperimento.
È una pianta molto adattabile alle diverse condizioni
pedologiche. I suoli idonei alla coltura hanno una profondità di circa 20-40 cm, sono terreni leggeri o grossolani, senza ristagni idrici, e con valori di
pH che oscillano tra 5.0 e 7.5 (reazione acida, neutra o leggermente subalcalina). Dal punto di vista altimetrico, le superfici destinate alla coltivazione possono andare dai 150 ai 750 metri sul livello del mare.
La propagazione si attua per
talea, si preparano tagliando longitudinalmente in due parti cladodi di uno due anni, che vengono lasciati essiccare per alcuni giorni e poi immessi nel terreno, dove radicano facilmente. La
potatura, da eseguirsi in primavera o a fine estate, serve ad impedire il contatto tra i cladodi, nonché ad eliminare quelli malformati o danneggiati. Per migliorare la resa è opportuna una
concimazione fosfo-potassica, preferibilmente organica.
La tecnica della scozzolatura, il taglio cioè dei fiori della prima fioritura, da eseguirsi in maggio-giugno, consente di ottenerne una seconda fioritura, più abbondante, con una maturazione più ritardata, in autunno. In base a tale consuetudine si distinguono i frutti che maturano già in agosto, cosiddetti agostani, di dimensioni ridotte, e i tardivi o bastardoni, più grossi e succulenti, che arrivano sul mercato in autunno.
La produzione degli
agostani non necessita di
irrigazione, che invece è richiesta per la produzione dei
bastardoni.
In coltura irrigua si può ottenere una resa di 250-300 quintali di frutto ad ettaro.
Il panorama varietale della coltura è limitato sostanzialmente a tre
cultivar che differiscono per la colorazione del frutto: gialla (
Sulfarina), bianca (
Muscaredda) e rossa (
Sanguigna). La cultivar
Sulfarina è la più diffusa per la maggiore capacità produttiva e la buona adattabilità a metodi di coltivazione intensiva. In genere vi è comunque la tendenza ad integrare la coltivazione delle tre cultivar, in modo da fornire al mercato un prodotto caratterizzato da varietà cromatica.
In Italia il 90% della superficie coltivata a fico d'India è localizzata in
Sicilia, il rimanente 10% in
Puglia, in
Calabria ed in
Sardegna. In Sicilia, oltre il 70% delle colture si concentrano in 3 aree: la zona collinare di
San Cono, il versante sud-orientale delle pendici dell'
Etna e la
Valle del Belice.
Descrizione
Il
fusto è composto da
cladodi, comunemente denominati
pale: si tratta di fusti modificati, di forma appiattita e ovaliforme, lunghi da 30 a 40 cm, larghi da 15 a 25 cm e spessi 1,5-3,0 cm, che, unendosi gli uni agli altri formano delle ramificazioni. I cladodi assicurano la
fotosintesi clorofilliana, vicariando la funzione delle foglie. Sono ricoperti da una cuticola cerosa che limita la traspirazione e rappresenta una barriera contro i predatori. I cladodi basali, intorno al quarto anno di crescita, vanno incontro a
lignificazione dando vita ad un vero e proprio tronco.
Le vere
foglie hanno una forma conica e sono lunghe appena qualche millimetro. Appaiono sui cladodi giovani e sono effimere. Alla base delle foglie si trovano le
areole (circa 150 per cladode) che sono delle
ascelle modificate, tipiche delle Cactaceae.
Il
tessuto meristematico dell'areola si può differenziare, secondo i casi, in
spine e
glochidi, ovvero può dare vita a
radici avventizie, a dei nuovi cladodi o a dei
fiori. Da notare che anche il
ricettacolo fiorale, e dunque il frutto, è coperto da areole da cui si possono differenziare sia nuovi fiori che radici.
Le
spine propriamente dette sono biancastre, sclerificate, solidamente impiantate, lunghe da 1 a 2 cm. Esistono anche varietà di
Opuntia inermi, senza spine.
I
glochidi sono invece sottili spine lunghe alcuni millimetri, di colore brunastro, che si staccano facilmente dalla pianta al contatto, ma essendo muniti di minuscole scaglie a forma di uncino, si impiantano solidamente nella cute e sono molto difficili da estrarre, in quanto si rompono facilmente quando si cerca di toglierle. Sono sempre presenti, anche nelle varietà inermi.
L'
apparato radicale è superficiale, non supera in genere i 30 cm di profondità nel suolo, ma di contro è molto esteso.
I
fiori sono a ovario infero e uniloculare. Il
pistillo è sormontato da uno
stimma multiplo. Gli
stami sono molto numerosi. I
sepali sono poco vistosi mentre i
petalisono ben visibili e di colore giallo-arancio.
I fiori si differenziano generalmente sui cladodi di oltre un anno di vita, più spesso sulle areole situate sulla sommità del cladode o sulla superficie più esposta al sole. All'inizio, per ogni areola, si sviluppa un unico fiore. I fiori giovani portano delle foglie effimere caratteristiche della specie. Un cladode fertile può portare sino a una trentina di fiori, ma questo numero varia considerevolmente in base alla posizione che il cladode occupa sulla pianta, alla sua esposizione e anche in base alle condizioni di nutrizione della pianta.
Il
frutto è una
bacca carnosa, uniloculare, con numerosi
semi (polispermica), il cui peso può variare da 150 a 400 g. Deriva dall'ovario infero aderente al
ricettacolo fiorale. Certi autori lo considerano un falso
arillo. Il colore è differente a seconda delle varietà: giallo-arancione nella varietà
sulfarina, rosso porpora nella varietà
sanguignae bianco nella
muscaredda. La forma è anch'essa molto variabile, non solo secondo le varietà ma anche in rapporto all'epoca di formazione: i primi frutti sono tondeggianti, quelli più tardivi hanno una forma allungata e peduncolata. Ogni frutto contiene un gran numero di semi, nell'ordine di 300 per un frutto di 160 g. Molto dolci, i frutti sono commestibili e hanno un ottimo sapore. Una volta sbucciati e privati delle punte si possono tenere in frigorifero e mangiare freddi.