lunedì 22 aprile 2013

L’elogio della mediocrità


di Renzo Montagnoli


Se in questo periodo storico c’è una categoria che ha di che essere contenta è quella dei mediocri.
Gente dalle limitate capacità intellettive, sovente non particolarmente laboriosa, anziché avere il destino dell’anonimato che caratterizza gli umili, è improvvisamente diventata una casta con tutti i benefici connessi.
In effetti, chi più del mediocre, elevato a ranghi superiori, sarà un fido scudiero, disposto a servire il suo signore e benefattore?
E così si attribuiscono a loro titoli, prebende, consapevole chi detiene il potere che, proprio per le loro caratteristiche, non potranno mai risultare un pericolo per la stabilità del trono, visto che sono illuminati solo di apparenza e non di sostanza.
Ne abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, in televisione, per la strada, in qualsiasi attività lavorativa e, poiché non costituiscono casi sporadici, ci siamo assuefatti alla loro presenza, alla loro vuota prosopopea, a una certa furbizia a cui si affidano per sopperire alla carenza di materia grigia.
Perfetti cortigiani di un Re Sole che è stato tanto accorto da emarginare i capaci, e quindi pericolosi, trascorrono una vita in cui credono, in perfetta buona fede, di essere degli eletti, delle menti superiori, come anche testimoniato dalle posizioni raggiunte.
In tutto e ovunque è un continuo festival della mediocrità, dai letargici programmi televisivi a inutili opere letterarie a cui vengono conferiti premi, anche di rilievo, per libri che non dicono nulla perché chi li ha scritti non ha nulla da dire.
Proprio in campo letterario si è formata una vera e propria casta di autori che raggiungono successi vertiginosi già con il primo romanzo e che poi, o spariscono dalla scena per manifesta totale incapacità, o si puntellano l’un l’altro, in una sorta di società di mutuo soccorso che galleggia in un limbo di pseudo intellettualità del tutto autoreferenziale.
Per chi tiene le leve del potere costoro sono una manna, con i loro libri in cui nulla si dice di nuovo, oppure nulla proprio si dice, idonei a perpetuare la letargia di molti lettori, attratti più dalla copertina che dal contenuto.
Poiché non c’è mai sostanza, ma solo apparenza, il responso del mercato sarà tanto più favorevole quanto maggiore sarà la pubblicità.
Sempre disponibili a dibattiti da comari, incanteranno con il non senso delle loro parole un pubblico che scambierà un discorso vuoto per un alto concetto, che perdonerà certi svarioni in italiano, chiamandoli nuovo linguaggio, e che si entusiasmerà per il prossimo libro che deve uscire senza aver prima letto, con metodo e attenzione, quelli già pubblicati.
Così, piano piano la valutazione si trasferirà dall’opera all’autore, dalla fatica della lettura di centinaia di pagine ripetitive all’orgasmo psichico di trovarsi davanti a lui, al creatore del lavoro, un bel giovane dalla voce magari sensuale, senza che sia necessario ascoltare quel che dice.
Ecco spiegato un ulteriore motivo di successo dei mediocri, un mezzo indispensabile per sopire menti già quiescenti, in un asservimento ai desideri del potente di cui il mediocre crederà di essere l’artefice senza rendersi conto di essere in verità un altro involontario anello del sistema.

lunedì 15 aprile 2013

Un sguardo verso il cielo

                                                          Parco Eolico in Calabria

                                                       Le Orme  Uno sguardo verso il cielo

venerdì 12 aprile 2013

Scandalesi nel Mondo


                                                         Famiglia Cirillo in Canada

                                                   
                   
                                                       Famiglia Noce in Germania


                                                           Scandalesi in Emilia
                                         

lunedì 8 aprile 2013

Primavera

PRIMAVERA    (Scandale)

Ntra la scìoddra, 'mpaccì 'u puzzu,
su’  jiurut’i   fieddrurazzi;
è  spicata  già  l’ervuzza
e  Titina  li  pannizzi
a  ru  suli   spampinazza.
-Si nd’è jiutu, cchi  biddrizza,
finalment’u   mis’i   marzu –
pensa  e  tutta  già  si  sbrazza
mentri  spanda  ri   pannizzi.
Palumbeddra  senza feli
è  vinuta  Primavera.
Genti  san’e  jumburuta,
lienti, grassi e sguaddrarati,
si su’  tutti  rivijjiati
e tant’arvuli  spicati
paran  puru  li malati.
Giuvineddra passeggera
è d’a  vita Primavera.
Cuomu rosa  profumata
dop’appena  ‘na  jiurnata,
tutta  muscia  e spampinata
lestu lestu  si  ‘nd’è  jiuta.
          
                                                                     Nicola  Paparo    



Primavera Di Praga

  
Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita,
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga,
ma poi la piazza fermo la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzo gridando ogni suono di voce...

Son come falchi quei carri appostati,
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.
Quando la piazza fermo la sua vita,
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lascio la terra e si alzo verso il cielo,
quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano,
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all'orizzonte del cielo di Praga...

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l'odio fra i denti,
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti,
dimmi chi era che il corpo portava,
la citta intera che lo accompagnava,
la citta intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,

dimmi chi era che il corpo portava,
la citta intera che lo accompagnava,
la citta intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga,
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti,
dimmi chi era che il corpo portava,
la citta intera che lo accompagnava,
la citta intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,

dimmi chi era che il corpo portava,
la citta intera che lo accompagnava,
la citta intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga,
una speranza nel cielo di Praga... 
     
                                                                Francesco Guccini 

domenica 7 aprile 2013

Beppe Voltarelli - cantautore e attore-

Dal 1991 al 2005 è stato il cantante de Il Parto delle Nuvole Pesanti. Dal 2006 conduce carriera solista.



sito ufficiale: Beppe Voltarelli

Con Il Parto delle Nuvole Pesanti 

Nel 1991 fonda insieme a Franco Catalano e Salvatore De Siena, Il Parto delle Nuvole Pesanti, band conosciuta in Italia per la sua musica folk-rock sperimentale.
Dopo un viaggio a Palermo, in cerca di stimoli umani e musicali, al trio originario si uniscono nel 1992 Marco Rausa (voce, mimo e tromba), Davide Peri (sax), Giorgio Simbola (banjo e trombone), Giovanni Tufano (chitarra classica), Carlo Di Lorenzo (chitarra elettrica), Fabio Bonvicini (organetto e flauti) e Amerigo Sirianni (mandolino).
Alberto Pirelli (storico produttore dei Litfiba) li nota dopo il CD d'esordio Alisifare e decide di metterli sotto contratto, ma l'operazione non riesce. Il secondo album sarà prodotto dall'etichetta romana Helter Skelter.
La formazione si riduce a nove elementi per l'album Pristafora e, successivamente, a quattro, nel corso della lavorazione di Quattro battute di povertà. Entrano nella band il bassista Mimmo Crudo e il batterista Mimmo Mellace, esperto di world music e già elemento dei Re Niliu. Della formazione originale restano solo Voltarelli e De Siena.
Nel 1997 esce l'album 4 battute di povertà, prodotto dalla Lilium dei fratelli Onorato di Monza e distribuito dalla Sony Epic: l'album diviene apripista di un genere denominatotarantella punk. Brani come Lupu, 10 100 1000 e Riturnella diventano simboli di questo nuovo genere che utilizza il tamburello e la fisarmonica su basi punk. Da questo album vengono tratti nell'ordine due singoli: Sule e la reinterpretazione del brano L'avventura di Domenico Modugno. 4 battute di povertà fa crescere il successo del gruppo, che partecipa al Concerto del Primo Maggio a Roma (1999), al Premio Italiano Musica come rivelazione dell'anno (1999) e al Premio Tenco (partecipando in tre occasioni: 1998, 1999, 2001).
La maturità giunge con il disco Sulle ali della mosca (2000), con la collaborazione di Teresa De Sio e Roy Paci; il singolo Ciani diventa una hit e sigla di Caterpillar (RadioDue).
Nel 2001 il Parto realizza le musiche dello spettacolo teatrale "Roccu u stortu"[1] scritto da Francesco Suriano e interpretato e diretto da Fulvio Cauteruccio della compagnia Krypton di Firenze trasmesso su RadioTre, e mandato in onda su Raidue nell'ambito del programma Palcoscenico. Nel 2003 realizza con il regista Giuseppe Gagliardi "Doichlandia", un documentario "gastronomico-musicale" un viaggio nella Germania degli emigrati calabresi.[2] Il film viene premiato al Torino Film Festival 2003 (giuria presieduta da Vittorio De Seta) per l'apparente leggerezza con cui tratta il tema dell'emigrazione Nel 2004 esce il disco "Il Parto" (Storiedinote) che segna una svolta "etno-autorale" in cui la tradizione mediterranea si fonde con l'impegno civile . Il videoclip Onda calabra si aggiudica il premio Migliore Videoclip d'Autore. Il 2005 segna il ritorno del Parto al concerto del Primo Maggio a Roma per un omaggio ai settant'anni di Enzo Jannacci.
Dal 1991 al 2005 Voltarelli registra nove album con la band Nel 2005 lascia il gruppo per dedicarsi alla carriera da solista.




Carriera solista

Nel 2007 esce la sua prima fatica da solista dal titolo Distratto ma però. Prodotto artisticamente da Alessandro Finazzo (Finaz) della Bandabardò) vede la partecipazione di Roy Paci, Sergio Cammariere, Pau dei Negrita e Giancarlo Cauteruccio. Il disco entra nella cinquina dei finalisti per la targa Tenco 2007 riservata alle opere prime partecipando alle serate conclusive del Premio Tenco al Teatro Ariston di Sanremo. Il brano Distratto ma però viene inserito nella colonna sonora del film Fuga dal call center, opera prima di Federico Rizzo che partecipa al Festival Internazionale del cinema di Karlovy Vary nella Repubblica Ceca. In Fuga dal call center inoltre, Peppe Voltarelli recita la parte di meridionale, guardia giurata e cantante, che ferma la protagonista Isabella Tabarini in un discount perché la scopre a rubare un test di gravidanza.
Del film La vera leggenda di Tony Vilar di Giuseppe Gagliardi[3], Voltarelli è autore delle musiche e interprete. Il film viene presentato alla prima edizione della Festa del cinema di Roma (2006), al Tribeca Film Festival di New York (2007), al Calgary International Film Festival (2007), all'Italian Film Festival di San Diego (2009), al Festival del Cinema Italiano di Belgrado (2008), al Weird Mob di Sydney (2008) e al Buitoni Film Festival di Dublino (2008).

sabato 6 aprile 2013

NICOLA PAPARO - Poeta






TINIVAD’A MENTE

‘U zzu Vigilante
tinivad’a mente
le sante parole
ca trippa cuntenta
nu jiuornu di majiu
‘li dissad’ all’anta:

A jiennar’e nora
‘u dati ma’ nenti
s’amar’han’u denti
e malata la mente.

T’alliffa ed abbrazza
si luong’hai lu vrazzu
la nora ca tena
‘mpasciata la vozza
ccu pezz’ ‘i linazza ;
ti mina di cuozzu
lu jiennaru pazzu
s’ ‘a sira ti trova
jiettat’a ra ‘mberza
ccu trippa ‘mprascata
di feli di rizzu,
s’asciutt’ha ru pizzu.

‘Sa sort’ ‘i parenti
su’ piejiu d’i santi
ca grazz’ ‘u  ndi fanu
s’u’  pijianu nenti.

Nicola Paparo 
da  "Accunti Musci "

mercoledì 3 aprile 2013

Mattia Preti, una mostra internazionale per celebrare i 400 anni dalla nascita

Cristo fulminante
Quattrocento anni fa, esattamente il 24 febbraio 1613, nasceva a Taverna, cittadina presilana in provincia di Catanzaro, il più grande artista calabrese, ma soprattutto uno tra i maggiori pittori del Seicento: Mattia Preti. Per ricordare la sua opera - ispirata da Caravaggio e in particolare dalla sua visione della luce, oltre che dal Guercino - la Calabria sceglie di celebrare l'artista con una serie di iniziative: a partire da una mostra (inaugurata proprio il 24 febbraio), dal titolo "Mattia Preti. Della fede e umanità", che rientra nell'ambito del più ampio progetto "Lux Fides", voluto dal Comune di Taverna e dalla Repubblica di Malta. L'esposizione, curata da Giuseppe Valentino (direttore del museo civico di Taverna) e Sandro De Bono (Senior Curator del National Museum of Fine Arts – Heritage di Malta), è stata realizzata dal museo civico di Taverna e dal citato Heritage di Malta, isola dove Preti operò per molti anni – fu autore anche di gran parte della decorazione della Concattedrale di S. Giovanni - e dove morì. In mostra, oltre alle 27 opere ospitate permanentemente proprio nella sua città natale (e visibili sia presso il Museo civico, sede dell'esposizione, che nell'itinerario costituito dai principali edifici ecclesiastici), anche più di cinquanta tele provenienti da alcuni tra i maggiori musei del mondo. Si va dal Prado, al Louvre, e ancora i Musei Vaticani, la Pinacoteca di Brera, il Museo di Capodimonte (Preti infatti lavorò a lungo a Napoli), gli Uffizi, la Galleria nazionale di Palazzo Barberini, la Galleria dell'Accademia di Venezia. Dipinti in cui lo stile di Preti, la sua visione pittorica e le sue tematiche si manifestano in tutta la loro forza ed originalità e secondo un percorso che tratteggia anche la sua formazione e la sua notorietà mondiale, intendendo "proporre una nuova lettura della parabola vitale e creativa dell'artista". Ed aggiungendo alle opere anche sezioni speciali con i risultati degli ultimi studi scientifici portati a termine dai laboratori di conservazione e restauro di Taverna e Malta e dall'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, ed una sezione didattica. Ma la mostra (che si potrà visitare fino al 22 aprile, mentre poi si sposterà a Malta dal 3 maggio al 7 luglio), non è l'unica manifestazione posta in essere per celebrare Preti, in quello che viene appunto definito "anno pretiano": infatti, da aprile a dicembre a Palazzo Arnone, a Cosenza, si terrà un'altra esposizione, dal titolo "Nulla dies sine Mattia", mentre ulteriori iniziative coinvolgeranno Tropea, Reggio Calabria e Crotone. Insomma, una serie di celebrazioni che si concluderanno esattamente il prossimo anno, il 24 febbraio 2014, a Taverna, con la presentazione dell'Atlante Pretiano, ovvero il percorso relativo all'opera omnia dell'artista. E Preti non sarà ricordato solamente in Calabria: è infatti prevista - sempre nell'ambito di un progetto di manifestazioni coordinato dal Comitato scientifico internazionale, promosso dalla Regione Calabria e guidato da Vittorio Sgarbi - anche un'altra mostra, dal titolo "Mattia Preti, il cavaliere calabrese. Un artista tra Caravaggio e Luca Giordano", che si terrà a Venaria Reale, dal 16 maggio al 15 settembre. Ed iniziative si terranno anche a Roma e Milano. Non dimenticando, poi, l'emissione di un francobollo dedicato al pittore, che riproduce il particolare del suo autoritratto, contenuto nel dipinto "La predica di San Giovanni Battista", conservato proprio a Taverna. Ma la fama e le celebrazioni in onore di Preti non si fermeranno all'Italia. E' stata infatti inaugurata il 9 febbraio, negli Stati Uniti, l'esposizione "A brush with passion", curata da John Spike, uno tra i massimi studiosi dell'artista: presso il "Muscarelle Museum of Art", di Williamsburg, in Virginia, saranno visibili fino al 14 aprile opere provenienti da collezioni del nord America.


Paola Abenavoli "Mattia Preti. Della fede e umanità" Museo civico –Taverna (CZ) Da martedì a domenica, 9.30 – 19

 Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/VRfs8

Per visualizzare alcune opere clicca QUI

sabato 30 marzo 2013

VINCENZO GALLO ARCURI DI ROCCA DI NETO

Vincenzo Gallo Arcuri, insigne poeta e patriota della nobile terra di Calabria.
Scritto da Raffaele Vacca .
La letteratura calabrese durante il Risorgimento è caratterizzata anche per lo stretto
legame tra ispirazione artistica e impegno politico e questo si evidenzia soprattutto tra i
poeti. Proprio Francesco De Sanctis, il grande critico della letteratura italiana, ha parlato
per la prima volta di “romanticismo naturale calabrese” facendo riferimento ad alcuni poeti
formatisi alla sua scuola di estetica letteraria tra i quali anche
Vincenzo Gallo Arcuri.
Vogliamo soffermarci proprio su quest'ultimo (1827-1873) e sul luogo che gli ha dato i natali,
Rocca di Neto
, ricco di memorie illustri nel cuore della nobile Terra del Marchesato di Calabria.
La Madre era di Strongoli (la Petelia di Filottete), dove egli passò la sua fanciullezza, mentre il
Padre, Francesco, medico, era appunto di Rocca di Neto, paesello situato sopra un monte
arenario, sulla riva sinistra del fiume Neto, nell'omonima valle cantata da Teocrito, che
distrutto per il terremoto del 1832, fu riedificato sopra un colle più accessibile, a poca distanza
dalla primitiva sede più a sinistra del fiume. All'età di sette anni, il piccolo Vincenzo insieme con
suo fratello Domenico iniziò ad essere educato da un suo zio che era in Santa Severina, canonico
di quella Basilica; e alcuni anni dopo i due fratelli entrarono in quel seminario dove l'Arcivescovo
Lodovico del Gallo da Lagonegro, cappuccino, aveva chiamato ad insegnare lettere e filosofia i
fratelli Nicola e Giuseppe Mairota, da Castelluccio di Basilicata, due Sacerdoti umanisti di gran
valore. Passò poi a Napoli dove proseguì gli studi e nel 1845 pubblicò un racconto in versi, la
"SCHIAVA GRECA", in terza rima e, un anno dopo, la bella novella "ANSELMO E SOFIA", in otto
canti anch'essi in terzine. Di sentimenti liberali, prese parte ai movimenti politici del 1847 e fu
messo in prigione dove rimase sino al 24 gennaio 1848, quando per l'amnistia generale per reati
politici del Re Borbone fu liberato. Ma il 15 maggio dello stesso anno egli era tra i rivoluzionari
(infuriava la Primavera dei popoli in mezz'Europa per la concessione della costituzione). Da
allora, ricercato dalla Polizia borbonica, se ne tornò nascostamente in Calabria, in Rocca di Neto,
dove viveva la sua Famiglia; ma perseguitato sempre, fuggì di paese in paese e di campagna in
campagna protetto dal favore degli amici finchè, dopo otto anni, fu finalmente assolto. Nel
1861, con l'Unità d'Italia, fu nominato Ispettore Scolastico per il Circondario di Cotrone e
Professore di italiano e pedagogia nella Scuola Normale di Catanzaro di cui divenne anche
Direttore.
Colpito purtroppo da grave malattia, si spense in Rocca il 7 febbraio del 1873 ad appena 46 anni.
Lasciò liriche di argomento patrio e importanti scritti di pedagogia e filosofia, pubblicò una
tragedia, "VANNETTA ORSEOLO"  dove nella prima pagina è scritta la seguente dedica  “Alla prestantissima per cuore e per mente Signorina Domenica Drammis di Scandale. Questa tragedia che ella fu prima a leggere e generosa a compatire, consacro”.


e, negli ultimi tempi della sua vita, un libro di contenuti
filosofici edito da Barbèra di Firenze, "LA VITA E L'ESSENZA DEL FINE".

martedì 26 marzo 2013

Mumford & Sons

I Mumford & Sons sono un gruppo musicale indie folk formatosi nel 2007 a Londra.


Il gruppo, formatosi nel dicembre 2007, è composto da Marcus Mumford (voce, chitarra e batteria) Winston Marshall (voce,chitarra resofonica e banjo) Ben Lovett (voce, organo e tastiera) e Ted Dwane (voce e contrabbasso).
Hanno pubblicato tre EP. In seguito hanno firmato un contratto con l'etichetta discografica Island Records e hanno pubblicato il loro album di debutto, Sigh No More, il 6 ottobre 2009 per la propria etichetta Gentlemen of the Road ed in seguito per Glassnote Records, sottoetichetta della Island. L'album ha venduto più di un milione di copie [1] e ha raggiunto la seconda posizione nelle classifiche britanniche e statunitensi dove è stato certificato platino.[2]
Nel 2010 hanno pubblicato l'EP The First Dance con il nome di The Wedding Band.[3]
Il 21 settembre 2012 è uscito il loro secondo album, prodotto da Markus Dravs, Babel per Glassnote. Questo secondo lavoro ha raggiunto il primo posto della classifica assoluta di Billboard.[4] Il disco ha anche vinto il Grammy Awards nel 2013 come "Miglior album".

Discografia

Album [modifica]

EP [modifica]

  • 2008 - Mumford & Sons - (Chess Club Records, 10")
  • 2008 - Love Your Ground - (Chess Club Records, 10")
  • 2009 - The Cave and the Open Sea - (Chess Club Records, 10")
  • 2010 - The First Dance - (con lo pseudonimo di The Wedding Band)

Singoli [modifica]

DVD [modifica]

  • 2012 - The Road To Red Rocks

venerdì 22 marzo 2013

Elogio del voltagabbana. Origine e storia di un tabù

Autore: Bianco Pialuisa

In questo saggio provocatorio e politicamente scorretto è ricostruita l'origine del voltagabbana a partire dalla sua apparizione sulla scena dell'Europa moderna nel fuoco giacobino della Rivoluzione Francese.







I voltagabbana

Voltagabbana è una parola composta che nasce dall’accostamento di un verbo (voltare) al sostantivo gabbana, un vocabolo di origine araba, qabā’, che in arabo significa “tunica da uomo dalle maniche lunghe” e, in italiano, è passato invece a indicare -secondo il Gabrielli- un “soprabito largo e lungo, senza cintura, spesso con cappuccio e talvolta foderato di pelliccia”: un indumento, insomma, che si poteva voltare e che, avendo la fodera di colore diverso dalla stoffa esterna, far cambiare colore a chi l’indossava.
Da qui a indicare metaforicamente, con questo neologismo, colui che cambia opinione il passo deve essere stato assai breve, assumendo poi col tempo anche una connotazione del tutto negativa: voltagabbana è diventato così colui che, secondo il Devoto-Oli, “cambia opinione facilmente e con grande leggerezza, per tornaconto personale”.
Secondo la giornalista Pialuisa Bianco, che all’argomento ha dedicato nel 2001 un libro, L’elogio dei voltagabbana: origine e storia di un tabù, tale connotazione sarebbe apparsa sulla scena dell’Europa moderna nel fuoco giacobino della Rivoluzione francese. E con molta probabilità le cose stanno come essa scrive: l’illuminismo e i movimenti politici che ne sono derivati, proprio perché hanno aperto la strada alla democrazia e quindi reso possibile l’ingresso nella sfera del potere di ceti che fino ad allora ne erano esclusi, non potevano non chiamare contemporaneamente alla coerenza e alla responsabilità i nuovi detentori del potere che di fronte a sè avevano, ad eleggerli, non più sudditi ma cittadini.
Ma torniamo a quel che Pialuisa Bianco pensa dei voltagabbana e del giudizio negativo insito nel termine che li definisce.
“Figlio, ella scrive nelle note di copertina (come leggo su Internet), del partito ideologico moderno prefigurato dal giacobinismo, il mito negativo è rimasto un archetipo del secolo dei totalitarismi, il Novecento, per approdare nell’Italia di oggi”.Per l’autrice, “cambiare è un diritto assoluto, non ha aggettivi”. Se non nei totalitarismi.
Naturalmente, date queste premesse, la conclusione a cui Pialuisa Bianco arriva non poteva che essere una sola: “il voltagabbana non esiste, è un’invenzione, uno dei tanti idola fori di cui si serve la politica, dettato dall’insicurezza dei contendenti a riconoscersi come legittimi avversari”.
Ma stanno davvero così le cose?
La domanda nasce da una constatazione che chiunque è in grado di fare alla vigilia di ogni appuntamento elettorale: pochi mesi prima del voto inizia sui giornali la sarabanda delle notizie di chi lascia chi e di dove è intenzionato ad approdare al momento della presentazione delle liste, conservando ovviamente nel frattempo gli incarichi che ricopre nello schieramento che si prepara ad abbandonare.
Ebbene, che cosa ha che fare tutto questo con il diritto di cambiare opinione? E con i totalitarismi e il riconoscimento dell’avversario?
Chi cambia opinione perché ne ha maturate nel frattempo altre, se vuole restare davvero coerente con le sue idee attuali ed essere onesto e responsabile nei confronti di chi lo ha eletto, lascia anche a tempo debito il cadreghino e rinuncia ai benefici conquistati con i suoi precedenti orientamenti.
Che io sappia, ciò non accade normalmente come invece dovrebbe essere. Per convincersene, basta scorrere le cronache politiche ed elettorali di questi ultimi due decenni alla voce elezioni.
A questo punto, però, sicuramente qualcuno si chiederà perché mai questo poste una così lunga tirata sui voltagabbana.
Li vediamo occupare la scena ormai da così tanto tempo che ci abbiamo fatto tutti l’abitudine e la gente non solo non si stupisce di questi continui cambi di casacca ma continua a votarne i protagonisti, come se nulla fosse.